Panizzi, il profeta in patria

Panizzi, il profeta in patria

Per miei meriti ed anche un po' di fortuna ci sono riuscito e per me è un sogno.

Nel panorama calcistico italiano sono davvero pochi i giocatori che hanno la fortuna di vestire la maglia della squadra che rappresenta la città dove sono nati e cresciuti. Uno di questi è Erik Panizzi, prodotto del settore giovanile della Regia in grado di coronare il sogno che accomuna tutti i giovani cresciuti con il granata nel cuore: indossare la maglia della prima squadra.

“Al giorno d’oggi è difficile riuscire nel salto dal settore giovanile alla prima squadra, ancor di più farlo nella propria città. Per miei meriti ed anche un po’ di fortuna ci sono riuscito e per me è un sogno. Ovviamente le responsabilità crescono dato il forte legame con la città, ma con il tempo ho imparato a gestire le pressioni e riesco a godermi ogni lato positivo, come ad esempio avere vicini la mia famiglia ed i miei amici. Faccio parte di un ciclo tecnico e societario importante e con grandi ambizioni, il rinnovo del contratto ha voluto dire tanto per me e dimostra il mio impegno a continuare con tutte le mie forze a combattere per questa maglia”

Qual è il tuo ruolo in questo gruppo ed in questo spogliatoio così unito?

“Una squadra è sempre composta da stelle e gregari, io mi considero uno di questi. Per vincere le partite c’è però bisogno di tutti ed io non mi tiro mai indietro quando ci sono da prendere responsabilità ed iniziative”.

Eppure il capitano Genevier ti ha indicato come uno dei famosi ‘capitani senza fascia’, a cui ogni nuovo calciatore deve fare riferimento per capire cosa voglia dire giocare a Reggio.

“La stima di Gael mi fa molto piacere, effettivamente essendo di qua sono tra i più pratici della città ma non sottovalutiamo giocatori come Carlini o Altinier, che hanno molta più esperienza e consigli da dare. Io faccio il mio sicuramente, tra l’altro l’aver avuto la fascia in occasione del match di Coppa Italia contro il Prato mi riempie di orgoglio”.

Cosa significa, dunque, giocare a calcio in una città come Reggio?

“Prima di tornare alla base ho avuto occasione di girare un po’, ma devo dire che da nessuna parte ho trovato un ambiente così. La città è fantastica e si vive da Dio, la società è organizzata, la tifoseria è passionale e si gioca in un campo da Serie A. Cos’altro si può chiedere? Un calciatore non può desiderare niente di meglio”.

Passando al campo, da quando gioco forza sei stato impiegato come difensore centrale hai  acquisito una maggiore personalità e sicurezza  anche una volta tornato nel ruolo naturale. E’ stata un’esperienza in un certo senso ‘formativa’?

“Alle volte nella carriera di un giocatore può capitare che per diverse contingenze ci si ritrovi a ricoprire ruoli non propri: è successo anche a Lombardo e Riverola, per dire. Nel mio caso devo dire che è servito molto: quello del difensore centrale è un ruolo in cui non puoi permetterti di sbagliare e quindi l’attenzione deve rimanere costantemente alta. E’ indubbio che adesso ho una visione differente ed una consapevolezza degli spazi dove giocare la palla che mi aiuta molto anche da terzino. Essere in campo vicino a Crocchianti, come me al primo campionato vero da professionista, mi aiuta molto: ci parliamo in continuazione e ci supportiamo a vicenda. I risultati sembrano essere buoni (ride ndr).”

Prima di tornare a Reggio sei passato anche per la Spal, società che dalla C2 è stata capace in pochi anni di arrivare fino in A. Che ricordi hai di quell’ambiente?

“Di certo sono sorpreso, ma c’è da tenere conto della lungimiranza del progetto: dalla C2 alla serie A la proprietà è rimasta la stessa, così come il direttore e tantissimi membri dello staff tecnico, dal magazziniere ai dottori. La continuità e l’organizzazione sono la base di un progetto vincente e alla Spal già allora si sentiva una forza del gruppo a dir poco propulsiva.”

C’era qualche tuo compagno che già allora avresti visto in A?

“Beh uno di loro ce l’ha fatta ed è Lazzari. Giocava come esterno d’attacco, poi adattato a quinto di centrocampo una volta passati al 3-5-2. La corsa e la determinazione erano già i suoi punti di forza, ma con il tempo ha saputo perfezionarsi sempre più e adesso è diventato un giocatore completo, che può benissimo restare in categoria. Mi fa piacere che sia stato preso in considerazione anche da Di Biagio per i futuri stage della nazionale, sarebbe un premio per la gavetta ed i sacrifici fatti”.

La Spal non sembra essere però riuscita a reggere l’impatto con la Serie A

“C’è da dire che negli ultimi anni sono tante le squadre promosse dalla C che riescono nel doppio salto in Serie A. Questo a mio parere è segnale che le top di C possono tranquillamente reggere la categoria cadetta grazie a continuità ed organizzazione, ma purtroppo la Serie A è un’altra cosa e la frattura è ancora molto grande. Non so come si possa colmare questo gap, ma ci sono comunque squadre che grazie alle idee sono riuscite a tenere botta: non esiste una ricetta ideale, ma non bisogna mai smettere di provarci”.

Tornando a te, c’è qualche giocatore in particolare che prendi a modello nell’interpretazione del tuo ruolo?

“Dopo aver visto Real-PSG Marcelo e Dani Alves hanno dimostrato ancora una volta di essere i migliori interpreti di questo ruolo. In una partita così importante da difensori sono stati in grado di fare la differenza e tenere uno standard elevatissimo lungo tutti i 90′. Sarebbe bello poter giocare come loro!”

Con quale campione ti piacerebbe giocare e quale invece vorresti affrontare?

“Da juventino vorrei tanto poter servire qualche cross a Mandzukic: reinventarsi esterno e fare alla sua età quel lavoro in fase di non possesso non è semplice, è un giocatore di grande personalità e dedizione. Come avversario scelgo invece Ronaldo: è una macchina, davvero impressionante, ma ha anche cuore ed è pronto ad apprezzare chi riesce a tenergli testa. Mi pacerebbe essere tra questi”. Il giocatore che invece ti ha fatto innamorare del calcio?: “Del Piero, ad occhi chiusi. Le sue giocate, i suoi gol e soprattutto gli applausi dello Stadium il giorno del suo addio…senza contare la famosa standing ovation del Bernabeu. Il vero valore di un calciatore si vede nel momento in cui anche gli avversari si alzano in piedi ad applaudire. Lui è un vero idolo”

Domenico Silvestro

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