“Avevo un debito di riconoscenza nei confronti della Reggiana”

Claudio Lugli: Mi è piaciuto l'approccio che Stefano Compagni ha avuto nei confronti della Reggiana e l'affetto che ha ricevuto dalla città

La storia di Claudio Lugli è tipica di un imprenditore reggiano che ha seguito le orme del padre, si è rimboccato le maniche e da zero ha fondato una azienda, l’Eurofluid che ora ha 75 dipendenti e un fatturato di 14 milioni di euro.

“Nasco da una una famiglia di imprenditori – rimarca Claudio Lugli – e in questo senso mi ritengo un privilegiato. Nel 1994 mio padre Gino era responsabile di produzione e socio della Lc quando mi chiamò per dirmi che voleva andare in pensione. Da li’ a pochi mesi decise di fondare con me un’azienda nel settore dell’ oleodinamica. Io in quel periodo lavoravo in Germania per conto della Bondioli e Pavesi di Suzzara. Ero allettato dall’idea e decisi di voltare pagina qando mio padre mi disse: Claudio fondiamo assieme un’azienda”.

Una scelta radicale anche per suo padre?

“La vita di pensionato non lo entusiasmava, del resto chi è abituato a lavorare ha sempre questa prospettiva. Cosi’ dopo un anno e mezzo, eravamo nel 1995, decisi di tornare a casa e di iniziare questa attività lavorativa con mio padre”.

E’ stata la svolta?

“La scelta di andare a lavorare in Germania era anche figlia di un senso di autonimia e libertà. Quando decisi di tornare a casa e di iniziare a lavorare con mio padre, diventai anche padre di Matteo, quindi il mio senso di responsabilità aumentò notevolmente”.

Come giudica la sua esperienza lavorativa all’estero?

“E’ una stata una scuola di vita. Sono rimasto tre anni e mezzo e mi è servito molto. Ero un diplomato in gestione aziendale e ho iniziato la mia mansione di manager”.

Si può dire che era già inserito nel settore?

“In passato ero stato anche impegnato nella Lc assieme a mio padre, ero responsabile commerciale, poi ho svolto anche una esperienza lavorativa per due anni alla Brevini come addetto alla produzione dei prototipi. Sono stati anni importanti che mi sono serviti per fare esperienza”.

Oggi l’Eurofluid è una realtà importante.

“Quando siamo partiti, 21 anni fa, eravamo in quattro e non c’erano grandi disponibilità pur intravedendo buone potenzalità. Dopo venti anni siamo in 75 dipendenti con l’obietttivo di superare i 15 milioni di fatturato. Nel 2008 quando è iniziata la crisi erano in 60 e abbiamo fatturato 12 milioni”.

E’ da solo?

“Sono socio assieme ad Enzo Pioppi”.

Come si definirebbe?

“Un reggiano innamorato del proprio lavoro”.

E suo padre Gino?

“Mo padre è morto nel 2010 a 68 anni, troppo presto. Io sono stato fortunato ad avere un padre come lui perché sono stato conosciuto come il figlio di Gino Lugli, poi ho mosso da solo i primi passi. Una figura molto importante è stata anche mia madre Deanna che è stata fondamentale per tutta la nostra famiglia, una figura di riferimento ma purtroppo è morta troppo giovane. L’azienda è nata con mio padre ed è proseguita con me”.

Toccherà poi ai suoi figli?

“Chissà, lo spero. Matteo ha 20 anni e ora studia a Milano alla Bocconi, Alex ha 18 anni e frequenta il liceo Moro. Predestinati? Non lo so, dipenderà dalla loro volontà”.

Quando è entrato il calcio nella sua vita?

“Ho iniziato a giocare nel Jolly Santa Croce e a 15 anni sono passato alla Reggiana dove ho giocato negli allievi, poi Beretti e Primavera con i tecnici Flaviano Camellini e Nobili”.

Poi la lunga parentesi al Montecavolo?

“Esatto. Era il Montecavolo di Landini, Bonacini, Guidetti e soprattutto una squadra che ha tenuto alto il nome di Reggio. Per dieci anni ho giocato in Promozione. Il Montecavolo è stata la mia famglia da quando avevo 20 anni fino a 28 e quando ho iniziato a lavorare come responsabile estero ho lasciato il calcio”.

Ed è diventato un tifoso della Reggiana?

“Si’ ho iniziato a freqentare lo stadio da piccolo sulle spalle di mio padre per poter vedere la partita e i miei idoli”.

Ora da imprenditore ha fatto la scelta di far parte dei partner granata, c’è una ragione in particolare?

“Un imprenditore ha oneri e onori. Si assume una responsabilità nei confronti di fornitori, dipendenti, istituzioni e del territorio. Questa responailità la sento anche come debito di riconoscenza per ciò che il territorio reggiano, nel nostro settore metalmeccanico, ha dato a noi imprenditori. Un senso riconoscenza per ciò che come imprenditore ho ricevuto. Il calcio e la Reggiana sono da sempre ambasciatori della nostra reggianità e dunque ho ritenuto logico dare il mio contributo. Lo ritengo anche un motivo d’orgoglio”.

Se dovesse stilare un bilancio?

“Non ho tanto tempo per seguire la Reggiana da vicino ma ero e resto un tifoso. Mi è piaciuto l’approccio che Stefano Compagni ha avuto nei confronti della Reggiana e l’affetto che ha ricevuto dalla città. E’ stato anche bello ritrovare allo stadio tanti amici e conoscenti”.

Come è stato tornare allo stadio da partner?

“E’ stato come entrare in un salotto dove ritrovi tanti amici”.

Contento?

“Non voglio parlare di “salotto buono della città” ma certamente accogliente. Ciò che la società ha fatto in termini di coinvolgimento è unico in Lega Pro e forse anche in categorie superiori”.

Esula dal risultato?

“Diciamo che fino al fischio d’inizio è bello ma poi se vai a casa con la vittoria, sei ancora più felice”.

C’è un giocatore in cui si identifica?

“Per come si è approcciato Mignanelli perché è stato un lieto ritorno. Ma devo dire che apprezzo anche molto Sabotic e Spanò”.

E atleti del passato?

“Adoravo Zandoli perché pur non avendo un grande fisico aveva una tecnica straordinaria”.

E della Reggiana di Marchioro?

“Non posso dimenticare Beppe Scienza o Dario Morello. E’ stata la Reggiana che mi ha fatto innamorare”.

Che consiglio si sente di dare a Stefano Compagni?

“Non mi permetto di entrare in situazioni che non conosco, posso dire che tempo fa gli avevo solo espresso un parere: era tempo di fare chiarezza. Io però sono un imprenditore che non conosce le dinamiche del calcio, però era necessario riprendere il controllo dell’intera società”.

Una società di calcio è anche un’azienda.

“Ci sono dei valori universali come il fare squadra e avere le giuste motivazioni. Un altro concetto caro a noi reggiani è di fare i passi in funzione delle proprie possibilità. Non bisogna mai farsi prendere la mano ma gestire una società con coerenza, oculatezza e senso della realtà. Io credo fortemente nell’autofinanziamento per una società di calcio come per una impresa. Occorre pensare a progetti a lunga scadenza”.

A volte i tifosi pretendono tanto dalle società.

“Se non si ha la possibilità di investire grandi risorse occorre inventarsi qualcosa, scegliere altre strategie ma la salvaguardia della società è una priorità. Il calcio è un mondo particolare dove il fatto economico non sempre significa ottenere dei risultati: occorre trovare la giusta chimica. Credo molto in un autofinanziamento legato attraverso imprenditori-sponsor disposti a restituire qualcosa al territorio”.

In azienda ha dei tifosi granata?

“Assolutamente si’. Ci sono ragazzi del Vandelli e delle Teste Quadre che mi tengono aggiornato mi raccontano le loro impressioni sulla squadra”.

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