Gianluca Notari: «Abnegazione, costanza e mentalità fanno la differenza»

Gianluca Notari: «Abnegazione, costanza e mentalità fanno la differenza»

Il segretario del settore giovanile della Reggiana si confida a La Gazzetta Granata: «I ragazzi diano sempre il massimo, ma non perdano mai di vista la scuola e il loro futuro: pochi arrivano ad essere calciatori professionisti».

Gianluca Notari parla per la prima volta al nostro blog, in un’intervista a 360° sul suo lavoro di segretario del vivaio granata e sui principi che vorrebbe trasmettere a tutti i giovani calciatori della Reggiana.

Cominciamo con una breve presentazione: chi è Gianluca Notari?

«Ho 33 anni e ho una laurea magistrale in economia all’Università di Parma, ottenuta con 110. Negli ultimi sette anni ho lavorato in un’azienda al di fuori del settore calcistico, ma il mio sogno è sempre stato quello di fare della mia passione per il calcio anche un lavoro. Ho sempre giocato a calcio in varie società del reggiano, almeno fino a questo luglio, quando ho deciso di smettere. Contemporaneamente, dai 18 anni ho iniziato anche ad allenare e ho svolto la carriera di allenatore in maniera continuativa per 12-13 anni, tra allievi e prime squadre. Negli ultimi tre anni, invece, oltre ad essere primo allenatore del Reggio Calcio, ne ero anche il responsabile del settore giovanile».

Che ruolo andrà a occupare da questa stagione all’interno di A.C. Reggiana?

«Ho iniziato a lavorare in Reggiana all’inizio di luglio, e mi è stato deputato il ruolo di segreteria del settore giovanile. In più, da poche settimane il responsabile del settore giovanile Davide Caprari mi ha assegnato la responsabilità di coordinatore delle nostre due squadre di Esordienti, annate 2006 e 2007».

Quali sono gli aspetti principali del suo lavoro?

«Per quanto riguarda la segreteria, si tratta sostanzialmente di curare tutti quegli aspetti di una squadra che magari non si vedono il giorno della partita, ma che contribuiscono al suo buon esito. Questo vuol dire organizzare al meglio possibile i programmi settimanali, gli allenamenti, le amichevoli, le partite di campionato, tutti i vari orari, le trasferte, gestire le visite mediche dei ragazzi, i trasporti e ogni più piccolo dettaglio per far sì che tutte le attività si possano svolgere nelle migliori condizioni e nel migliore dei modi possibili. Come coordinatore degli Esordienti 2006 e 2007, invece, sono più che altro un trait d’union tra i due allenatori e tra loro e il responsabile del settore giovanile Caprari. Osservo, ho confronti tecnici con gli allenatori, cerco di far seguire le linee guide della società per tenere unito il lavoro: sono due squadre diverse entrambe di Esordienti, due allenatori diversi e quindi due modi diversi di vedere il calcio. Non è semplice, ma l’obiettivo è quello di far uscire i ragazzi dal biennio di Esordienti con un determinato livello di abilità». 

Cosa l’ha spinta ad accettare la proposta della Reggiana?

«Sono reggiano, tifoso della Reggiana, ho sempre voluto lavorare nel mondo del calcio, e come ho detto ho iniziato a farlo fin da giovanissimo. Basterebbe questo per non aver bisogno di pensare se accettare o rifiutare una proposta così importante. E così è stato per me. In più conosco Caprari da una vita, da avversari ci siamo sfidati sui campi prima da giocatori, poi come allenatori, abbiamo frequentato anche qualche corso in comune all’università e come responsabile del settore giovanile del Reggio Calcio negli ultimi anni avevo approfondito la sua conoscenza anche dal punto di vista lavorativo, come con altri rappresentanti di squadre professionistiche. Per tutte queste ragioni è stato facile accettare: nonostante avessi proposte anche da altre aziende, non solo del settore calcistico, la mia priorità era arrivare alla Reggiana».

Cosa la appassiona maggiormente di questo ruolo e come mai ha accettato anche un ruolo diverso dai precedenti?

«Quando si parla di calcio a me appassiona ogni aspetto, e anche prima di arrivare alla Reggiana, come ho detto, ho svolto diversi ruoli all’interno di una società di calcio. Sono un tipo preciso, che cerca di fare tutto al meglio, mi piace organizzare e quindi questo ruolo rispecchia le mie caratteristiche, mi calza bene e mi valorizza, pur essendo un ruolo leggermente inferiore rispetto a quello che ricoprivo al Reggio Calcio. Il fatto di essere alla Reggiana senza dubbio è un valore aggiunto importantissimo e decisivo».

Oltre a quelle che ha citato, pensa servano altre caratteristiche per svolgere al meglio questi incarichi?

«Per lavorare con i ragazzi serve spirito di iniziativa, inventiva, bisogna pensare sempre a lungo termine. Gran parte dell’attività non è organizzata in campionato, con i più piccoli bisogna organizzare molte attività con le altre società per programmare triangolari, tornei, amichevoli e si devono sempre trovare nuove idee e nuove iniziative per riempire l’attività dei ragazzi e soddisfare le esigenze degli allenatori. Sembra semplice, ma non lo è: fortunatamente con Caprari, Biagini e Simonelli formiamo un bel team, siamo in sintonia, collaboriamo e lavoriamo molto bene insieme anche su tutti questi aspetti».

Ha incontrato difficoltà passando dal mondo dilettantistico al professionismo?

«Particolari difficoltà non ne ho incontrate: passare da dilettanti a professionisti significa dover imparare alcune cose nuove, viste le differenze regolamentari, ma è stata più che altro una questione di ambientamento. Poi, secondo me, quando uno fa le cose con il piacere di farle le difficoltà diminuiscono».

In generale che ambiente hai trovato in Reggiana? 

«Mi sono trovato da subito molto bene, è stato un impatto molto positivo: ci sono buoni spazi per mettersi in mostra e per fare bene e migliorarsi. Qui ci sono grandi potenzialità, e la mia aspirazione è quella di rimanere qua a lungo, poter lavorare e programmare sul lungo periodo. Il lato peggiore di questo mestiere è il rischio di lavorare uno-due anni e poi dovere ripartire da zero in un’altra società, e il prezzo maggiore alla fine lo pagano i ragazzi: subire continui cambi di gestione, con idee e filosofie di lavoro diverse non è buono per la loro crescita. Penso, ad esempio, al caso dei 2007: un ragazzo di 13 anni, che si spera possa fare con noi almeno altri sette anni, sarebbe bene li vivesse sotto le stesse figure che ne tracciano le linee guida fin dall’inizio».

Sotto questo aspetto, quali sono le linee guida, i principi, che cerchi di dare ai ragazzi? 

«Quello che dico sempre ai ragazzi, e anche quando parlo con i genitori, è che siamo 175 nel settore giovanile: se anche uno solo arriva a diventare un professionista di alto livello è già tanto. Purtroppo le statistiche parlano chiaro, non invento niente. Quindi è giusto che i ragazzi diano il proprio meglio in partita e in ogni allenamento, perché ogni passione va coltivata al massimo, ma tutto ciò deve essere affiancato a un adeguato percorso educativo e scolastico, per non perdere di vista il proprio futuro lavorativo. Vivere il calcio è un’esperienza che va fatta al meglio delle proprie possibilità: anche se uno ha talento, ne arrivano talmente pochi che ci vuole anche abnegazione, costanza e mentalità. È quello che fa la differenza, ed è il messaggio che cerco di lasciare ai ragazzi».

 

intervista a cura di Matteo Martinelli

Marco Bertolini
ADMINISTRATOR
PROFILE

Altri articoli che ti potrebbero interessare