Ivan Gianferrari: «Rimandare in campo un ragazzo e vederlo giocare bene è la mia soddisfazione più grande»

Ivan Gianferrari: «Rimandare in campo un ragazzo e vederlo giocare bene è la mia soddisfazione più grande»

Continuano le interviste de La Gazzetta Granata ai protagonisti del settore giovanile della Reggiana. Oggi è il turno di Ivan Gianferrari, nuovo responsabile dell’infermeria del vivaio: «Mi spinge l’amore per il calcio e la passione per i giovani»

Reggiano doc, due figli, 47 anni a breve, infermiere professionale di sala operatoria presso l’Ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia e tifoso della Reggiana fin da bambino, Ivan Gianferrari presta la sua opera in modo volontario come responsabile dell’infermeria del settore giovanile granata, e parla a La Gazzetta Granata della sua esperienza nella squadra della sua città.

Ivan, com’è cominciata la sua esperienza in Reggiana?

«Svolgo questa mia passione in modo volontario. Sono entrato alla Reggiana 15 anni fa come massaggiatore del settore giovanile. All’epoca ero anche massaggiatore per il Bibbiano: un ruolo che ho svolto per 10 anni, quindi per un po’ di tempo ho avuto il doppio impegno. Per tre stagioni sono stato anche affiancato alla prima squadra della Reggiana, che come ora militava in Serie C, con Gianfranco Mastini, tuttora in prima squadra e Alan Fioravanti: ci tengo ringraziare entrambi perché per me sono stati un’ottima guida. Da quest’anno, invece, sono il responsabile dell’infermeria dell’intero settore giovanile granata, dalla Berretti ai 2007».

Ha dovuto svolgere corsi particolari per esercitare come massaggiatore in una società calcistica professionista?

«Sì, certamente. Ho fatto corsi di massofisioterapia e di massaggiatore sportivo, con tutti i vari tipi di bendaggi, e sono specializzato in kinesio taping. È una passione nata a 25 anni: finito di giocare a calcio, ho deciso che volevo restare comunque nel mondo del calcio, ma dall’altre parte».

Come riesce a conciliare il suo lavoro con l’impegno alla Reggiana?

«Con l’Ospedale ho un contratto part-time proprio per poter conciliare entrambi gli impegni. Qui in Reggiana vengo quattro giorni a settimana, in alternanza con l’altro responsabile e collega Emanuele Davoli, quindi diciamo che riesco a gestire bene entrambi gli impegni. Avendo due figli, cerco di tenermi liberi i weekend per andare a vederli giocare: il più piccolo, di 13 anni, gioca qui alla Reggiana, mentre il più grande di 16 alla Reggio Calcio».

Dal punto di vista operativo, cosa comporta il ruolo di responsabile dell’infermeria?

«Si tratta di seguire e gestire i ragazzi: dal mio punto di vista, la Reggiana in questo campo sta facendo molto bene. È logico che ci vuole anche molto impegno: cerchiamo di essere reperibili e disponibili sette giorni su sette ventiquattro ore al giorno, compatibilmente con gli impegni lavorativi e famigliari, e di aiutare poi anche nell’organizzazione e nella sistemazione dei locali».

Ci sono differenze tra prima squadra e settore giovanile nell’esercizio della sua professione?

«Sicuramente a livello organizzativo e di mezzi. L’ideale sarebbe poter fare diagnosi e curare un ragazzo del vivaio alla stregua di un giocatore della prima squadra. Chiaramente la categoria impone un modello di gestione diverso, al servizio della prima squadra, ma devo dire che alla Reggiana possiamo essere soddisfatti, perché abbiamo tre medici dedicati al solo settore giovanile che ci danno una grossa mano e ci permettono di avere un’ottima attenzione su tutti i ragazzi. Dal punto di vista “umano”, invece, la differenza principale è che i ragazzi ti ascoltano sempre, quindi con loro bisogna essere anche educatori e spiegare come e perché si fanno determinate cure. Magari sul momento sono dubbiosi, ma tendono a ricordarsene. Il professionista, invece, avendo avuto purtroppo maggiori esperienze di infortuni, tendono a volte ad essere loro a consigliare una cura, che può non essere la più adatta per l’occasione, ma se con il ragazzo alla fine la terapia la decidi tu, capita che col professionista ci sia anche bisogno di mediare».

Cosa la appassiona maggiormente di questo ruolo?

«Quello che più mi spinge è la passione per il mio lavoro, per i ragazzi e per il calcio. La soddisfazione maggiore di questo lavoro è vedere un giocatore che magari si presenta infortunato al lunedì, ma che grazie alle tue cure riesce a scendere in campo la domenica, giocare bene ed essere importante per la squadra, come è successo con un ragazzo della Berretti contro il Siena. In medicina niente è facile, e ogni infortunio è un caso a parte. La delusioni più grosse sono invece le ricadute, per quanto mi riguarda, anche se spesso le cause si possono ricercare in diversi passaggi».

A livello professionale, come si è evoluto il suo lavoro negli anni?

«Ci sono state evoluzioni sia dal punto di vista tecnico che tecnologico, e i corsi di aggiornamento ci servono proprio per restare al passo. Le migliorie più importanti si sono avute su apparecchiature e macchinari, che fortunatamente sono estremamente più precisi rispetto a quando ho iniziato. Per quanto riguarda il metodo di lavoro, chiaramente si evolve di pari passo, anche se i princìpi alla base restano gli stessi: esistono concetti fondamentali che non cambiano, come la legge “ghiaccio, compressione, elevazione” che tutti i massofisioterapisti dovrebbero fare nei primissimi minuti che seguono il trauma. Capire cosa fare nei primi 5-10 minuti dopo l’infortunio ti permette di migliorare di molto il recupero, fermo restando che poi la diagnosi spetta ai medici, e una volta fatta noi dobbiamo adeguare le terapie di conseguenza, secondo le loro indicazioni».

Si parla molto di prevenzione dagli infortuni. Quanto è importante e quanto si riesce a farne in un settore giovanile?

«È importantissima e ci impegniamo al massimo in tal senso. Chiaramente per farla al meglio occorre molto tempo, perché è necessario fare corsi di aggiornamento, informarsi e fare incontri con i ragazzi e gli staff tecnici: non sempre è possibile».

Qual è il rapporto con le famiglie?

«Per direttiva societaria, con le famiglie parla solamente il medico, e loro non possono entrare nell’infermeria. Credo sia giusto così: come l’allenatore non deve dare spiegazioni tecniche, allo stesso modo il medico che deve decidere secondo le sue idee».

Come si trova con il suo gruppo di lavoro?

«Benissimo, sono tutti ottimi professionisti e brave persone che lavorano per il bene della Reggiana. Come detto, per il settore giovanile abbiamo la fortuna di poter contare in pianta stabile su tre medici e su fisioterapisti qualificati, quindi direi che in tal senso abbiamo un ottimo organico. Inoltre, abbiamo la fortuna di poter usufruire delle stesse apparecchiature della prima squadra: pochi settori giovanili hanno queste possibilità. Ci permettono di dare un ottimo servizio a tutto il vivaio, il tutto sempre rispettando la priorità che giustamente i professionisti hanno».

Un consiglio che vorrebbe dare ai ragazzi?

«La cosa che dico sempre ai ragazzi è di farsi vedere dai massaggiatori, dai fisioterapisti e dai medici. Al rientro da un infortunio, o in presenza di un dolore, devono sempre passare dall’infermeria per un controllo prima di allenarsi. Capita spesso che si rientri da un infortunio e ci si alleni senza aver avuto prima il nostro via libera, e non è buona norma perché in questo modo non possiamo conoscere le reali condizioni del ragazzo e si rischiano ricadute altrimenti evitabili».

 

intervista a cura di Matteo Martinelli

Marco Bertolini
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