Lombardo, un figlio d’arte assurto a splendida realtà

Lombardo, un figlio d’arte assurto a splendida realtà

"Avere un papà che è stato a lungo in questo ambiente diventa soltanto una infinita fonte di consigli”

Crescere all’ombra di un papà “ingombrante” può essere talvolta un problema per un giovane calciatore, tra pregiudizi ed eccessive aspettative. Ci sono però giovani che grazie al carattere sono riusciti a reggere il peso ed arrivare lo stesso nel calcio che conta: è il caso di Federico Chiesa, Giovanni Simeone, Federico Di Francesco e, soprattutto, Mattia Lombardo.

Ma quanto è difficile approcciarsi al mondo del calcio per un figlio d’arte?

“Di sicuro nel settore giovanili alcuni pregiudizi ci sono, così come alcune pressioni esterne che ti portano a dover dimostrare da subito il tuo valore per far vedere che non se lì soltanto grazie ad una spinta. Da piccoli si può soffrire questa situazione, ma poi con il tempo va avanti soltanto chi è in gamba. Avere un papà che è stato a lungo in questo ambiente diventa soltanto una infinita fonte di consigli”.

Meglio un papà ‘invasivo’ o distaccato?

“Alcuni si interessano molto della carriera del figlio, talvolta anche raccomandandolo ad amici che possono esaltarne le qualità. Altri invece, come nel mio caso, tendono a rimanere al di fuori del percorso calcistico del ragazzo, per permettergli di arrivare con le sue gambe. Certo, un padre conosce il figlio alla perfezione, non sarà mai completamente distaccato, ma forse non sfruttare il nome del papà per farsi strada può essere utile per crescere da solo come uomo e non come figlio d’arte.”

Come si fa a reggere le pressioni e le aspettative di mantenere alto il nome della famiglia?

“E’ una questione di mentalità. Posso farti l’esempio di Federico Di Francesco: giocavamo insieme alla Cremonese ma lui era sempre in panchina. Mai una parola, testa bassa e lavoro intenso…così facendo è arrivato al Lanciano prima e adesso al Bologna in Serie A, senza che il padre facesse anche solo una telefonata. Lui è la dimostrazione che se vuoi fare il calciatore bisogna essere forti mentalmente ed avere la voglia giusta, altrimenti nonostante un papà ‘importante’ si possono tranquillamente prendere altre strade.”

Sei calcisticamente cresciuto nella Samp, dove tuo padre ha letteralmente fatto la storia. Com’è stato il tuo percorso lì?

“Inizialmente poteva starci qualche pregiudizio anche da parte dei compagni, specialmente quando ero più piccolo. Poi però mi sono guadagnato tutto sul campo, diventando capitano della Primavera e facendo 10 gol in campionato. Avere come mister Enrico Chiesa effettivamente è stato strano vista l’amicizia con mio padre, ma tra noi si è da subito creato un rapporto calciatore-allenatore molto genuino che rimaneva sul campo. Certo, ogni tanto qualche battuta su papà veniva fuori, ma ormai ci sono abituato!”

Parliamo del tuo ruolo: centrocampista, difensore, terzino…qual è la tua vera natura?

“Tasto dolente (ride). Nasco come regista di centrocampo: ho sempre avuto buon piede e visione di gioco, puntavo ad essere l’esatto opposto di mio padre: lui correva, io volevo far correre gli altri. Poi però l’ultimo anno di Primavera, visto che la prima squadra giocava con la difesa a 3,  mister Chiesa decise di prepararci a quel modulo arretrando il mio raggio d’azione fino al centro della difesa. Quell’anno è andato benissimo e dopo qualche partita di assestamento, ho trovato il mio equilibrio: alla fine rimanevo un regista, ma partivo qualche metro indietro. Terminato l’ultimo anno di Primavera, c’erano diverse squadre interessate a me, ma alcune mi volevano come centrocampista ed altre come difensore. Mi feci convincere dal direttore della Cremonese, che mi scelse per fare nuovamente il centrocampista. Prima della Reggiana ho giocato anche da centrale nella difesa a 4, migliorando sulla postura del corpo e nella fase difensiva, fino a quando Menichini alla Reggiana decise di inquadrarmi come terzino destro. Pur non avendo mai interpretato questo ruolo, ho svolto l’intera preparazione giocando lì e la cosa mi è servita per il futuro. Con l’arrivo dei nuovi mister l’idea era di tornare a centrocampo, ma gli infortuni in difesa mi hanno portato a giocare nuovamente in quel ruolo contro il Fano…il resto è storia!”

Quindi, in poche parole, come ti definisci come calciatore?

“L’aver giocato in tanti ruoli mi rende versatile e questa è di certo un’arma in più. Avendo giocato regista tendo a non buttare quasi mai via la palla e questo aiuta molto quando da terzino inizio la costruzione di gioco dal basso, allo stesso modo il buon piede che in passato sfruttavo per passaggi e cambi di gioco adesso mi risulta utile per i cross che metto per gli attaccanti. Aspiro ad essere un po’ come Florenzi: capace di svolgere tutti i ruoli dalla mediana in giù senza perdere nulla o quasi a livello di qualità della prestazione.”

Per chiudere, ti piacerebbe un giorno giocare per tuo padre?

“Sarebbe strano, proprio perchè sarebbe difficile creare un rapporto allenatore-giocatore che non sfoci nell’emotività. Sarebbe complicato anche per lui trovare un equilibrio nel non essere troppo severo, ma allo stesso tempo non chiedermi qualcosa in più proprio in quanto suo figlio. C’è da dire che lui è la persona che mi conosce meglio di tutti e saprebbe alla perfezione come sfruttare al meglio le mie caratteristiche e come migliorarle. L’esempio migliore è quello di Paolo e Cesare Maldini: quando padre e figlio sono dei campioni ed il bene ultimo è quello della squadra, non si fa nemmeno più caso al grado di parentela”.

Domenico Silvestro

Altri articoli che ti potrebbero interessare