Studio Alfa, uno sguardo al futuro

Mauro Carretti racconta la sua vita da imprenditore e da appassionato della Reggiana

Quando entri nell’ufficio di Mauro Carretti hai subito l’impressione di essere proiettato in uno spazio temporale diverso. Si’ nel futuro. In quel segmento tra realtà e futuro che è stato il suo cavallo di battaglia, il percorso vincente che ha compiuto con Studio Alfa, l’intuizione fatale. Ma c’è di più: nei suoi occhi trovi il gusto della scoperta, la voglia di guardare sempre avanti, di migliorare tutto ciò che lo circonda. “Il mio segreto – ammette – è l’amore per l’arte. Dipingo e amo arricchire il mio spirito, questo mi dà la forza per sentirmi come un bambino che ogni giorno vuole scoprire qualcosa di nuovo e non si accontenta mai”.

Nasce da questo suo desiderio di apprendere il segreto del successo di Studio Alfa?

“Non è stata una scelta nata per caso, diciamo che è stata una grande intuizione. Siamo nel 1980 e nel nostro territorio c’era un forte inquinamento, in particolar modo nella zona delle ceramiche con il piombo e il fluoro. Il nostro pensiero era rivolto alla salute dei cittadini e all’ambiente. Questa è stata l’intuizione: occorreva salvaguardare l’ambiente e fornire un servizio alle stesse aziende per tutelare la salute di cittadini”.

In questo modo è iniziata la sua avventura?

“Con piccoli investimenti. Per un anno non abbiamo avuto la possibilità di avere uno stipendio perché il nostro sforzo era proiettato a sviluppare il nostro progetto. Abbiamo bussato porta a porta per offrire i nostri servizi pensando al futuro”.

In effetti non deve essere stato facile offrire un servizio che in quel momento non veniva recepito come una necessità per le aziende.

“E’ stata la nostra intuizione, anche perché era evidente che occorreva porre rimedio a un equilibrio ambientale che si era infranto”.

Pionieri allo sbaraglio?

“Non c’erano strutture in quel settore, nessuna azienda impegnata in questo determinato campo e siamo stati i primi a Reggio. Ci confrontavamo con l’università di Bologna”.

E a livello legislativo?

“Solo una legge antismog e un’altra che regolava le acque. Si siamo stati pionieri anche nel proporre e indirizzare la politica verso leggi di tutela dell’ambiente e delle persone”.

Conosceva bene l’ambiente delle ceramiche?

“Avevamo progettato degli impianti e mi ero reso conto delle problematiche in essere tanto che i sindaci avevano emesso le prime ordinanze sulla spinta anche della protesta dei cittadini che, ad esempio, vedevano i balconi delle loro case dipingersi di rosso per il deposito delle polveri delle ceramiche”.

E’ stata una strategia imprenditoriale vincente perché ha guardato al futuro.

“Ci siamo dotati dei primi strumenti fornendo un servizio avendo la consapevolezza che il futuro era il nostro prezioso alleato. Cosi’ è stato e dopo le ceramiche abbiamo iniziato a interessarsi di altri settori”.

Anche la politica ha seguito il vostro corso?

“Le normative di tutela della salute, dell’ambiente e delle persone ha accresciuto il nostro ruolo. Oggi Studio Alfa ha tremila clienti, con attività anche all’estero e 110 dipendenti”.

Ma non ha smesso di guardare al futuro.

“E’ il nostro biglietto da visita, la carta vincente. Studiare, innovare, sperimentare, formare i nostri tecnici sono i dogmi che ci accompagnano nella nostra attività. Siamo impegnati a guardare al futuro, oltre l’orizzonte della conoscenza”.

Una sinergia che non può prescindere da un forte legame con l’università.

“Abbiamo approcciato accordi con molte università, inserito in azienda tanti stagisti per creare una  stretta correlazione tra ricerca e mondo del lavoro. Studenti universitari che poi vengono assunti nella nostra azienda perché un altro capitolo fondamentale è la formazione del personale”.

Studio Alfa sembra andare in controtendenza con il mondo imprenditoriale che destina poche risorse alla ricerca.

“Il futuro è il nostro orizzonte, la sperimentazione il pane quotidiano”.

Studio Alfa ha traguardato i 35 anni di attività eppure è un’azienda giovane e dinamica.

“Siamo un’azienda con un alto indice di universitari e usiamo la testa per tenerci in contatto con il mondo che ci circonda, con le problematiche che vengono avanti e che noi dobbiamo conoscere, studiare e offrire delle risposte. La conoscenza è la base per migliorare noi e di conseguenza l’ambiente che ci circonda ma non solo. Questa capacità ci consente di avere uno stretto rapporto con il territorio e con il sociale”.

Ecco un altro aspetto che fa di Studio Alfa una sua peculiarità.

“Attraverso la nostra formazione siamo riusciti a inserire nel mondo del lavoro dei ragazzi che erano dei portatori di handicap. Siamo stati onorati di avere avuto un riconoscimenti dalla Provincia per questo nostro ruolo, cosi’ come la certificazione sociale  SR10. Non c’è maggior gratificazione nel vedere questi ragazzi che superato tutte le barriere, anche ideologiche per diventare padroni del proprio destino facendo affidamento sulle loro capacità intellettuali. E se Studio Alfa è stato un volano per loro, ne sono orgoglioso”.

Poi è arrivata la crisi e lei ha fatto una scelta particolare.

“E’ evidente che la crisi ha toccato tutte le aziende e anche noi abbiamo ottimizzato i costi. Per un anno ho deciso di investire i soldi che destinavamo alle varie sponsorizzazioni, tra cui la Reggiana calcio, a iniziative di ricerca aziendali per un progetto all’estero. Una scelta che ho condiviso con buon parte dei dipendenti. Ho dato priorità alle persone che lavorano per Studio Alfa, per garantire quel futuro che noi vogliamo ogni giorno affrontare”.

Il senso di responsabilità ha prevalso sulla passione per la Reggiana?

“La Reggiana è rimasta nel mio cuore e l’ho seguita in modo diverso”.

E poi?

“Il nostro progetto d’investimento ha dato i suoi frutti e abbiamo ripensato a come investire le risorse anche sul nostro territorio. Devo dire  che lo stesso Alessandro Barilli ha compreso la mia scelta e da parte della Reggiana è stata apprezzata”.

La Reggiana è la sua grande passione ma quando è scoccata la scintilla?

“Mio padre Armando mi portava al Mirabello per vedere gli ultimi minuti della partita, perché non si pagava. Lui era tifosissimo della Reggiana e mi ha trasmesso, fin da bambino, questa sua passione. In quel periodo non avevamo tanti soldi e per questo ci accontentavamo dell’ultimo quarto d’ora”.

Ha un ricordo particolare?

“Giocavo nell’Aurora e un giorno sono andato in prova alla Reggiana. Era la Reggiana di Ezio Galbiati e mi ricordo che nella partitella ho marcato Tribuzio. E’ stata una emozione forte anche se poi non ho indossato la maglia granata ma ho continuato a giocare a calcio e ad amare la Reggiana”.

Lei è un tifoso a tutto tondo?

“La Reggiana l’ho sempre seguita nei momenti belli e soprattutto nelle difficoltà. Quando come azienda avevo qualche soldo in più l’ho sempre data alla società per sostenerla”.

Chi sono i giocatori che hanno caratterizzato la sua fede granata?

“Da ragazzino mi sono esaltato per Catalani che chiamano “il professore” e poi per Andrea Silenzi perché ha impersonificato la reggianità: lo vedevo lottare come un gladiatore per raggiungere l’obiettivo. Per andare in gol metteva fisico e cuore. In questi ultimi anni, invece, ho apprezzato Beppe Alessi, anche come persona”.

Dunque ha apprezzato il progetto Beppe Alessi votato ai più piccolini?

“Assolutamente, è un progetto interessante e vincente perché punta sui giovanissimi”.

C’è una partita che ricorda in modo particolare?

“Reggiana-Napoli per la bella vittoria e per lo scenario che aveva offerto lo stadio. Poi non dimentico il successo della Reggiana di Carlo Ancelotti sul Bologna con Gregucci con la testa fasciata che lottava su ogni pallone per portare a casa i tre punti. Angelo diede l’anima in quella partita”.

Ma Mauro Carretti che tifoso è?

“So soffrire in silenzio, se perdo esco dallo stadio triste e amareggiato ma mi basta un giorno per ricaricare le batterie e pensare alla prossima sfida”.

E cosa chiede?

“Penso che i tifosi reggiani e la Reggiana meritino di andare in serie B anche se l’aspetto prioritario, e lo dico da imprenditore, è continuare a fare calcio a Reggio Emilia”.

Dunque le piace il progetto di Stefano Compagni?

“Sono dell’idea che occorre programmare una squadra giovane per arrivare al salto di categoria”.

Cosa le piace di più della partita?

“L’aspetto piacevole è arrivare allo stadio, ritrovare tanti amici, mangiare un boccone, discutere, dialogare anche delle nostre imprese e poi alla fine commentare come è andata la partita. Ritrovarsi in un salotto tra amici anche se poi ci si sta male o si gioisce con la famiglia”.

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